Illuminavano il buio: “Ou la lampe passe, le mineur doit passer”.

“Ou la lampe passe, le mineur doit passer”

Giovanni Belvederi e Maria Luisa Garberi sono speleologi del Gruppo Speleologico Bolognese-Unione Speleologica Bolognese dalla fine degli anni ’70 e collezionano da molti anni lampade da miniera, forse perché il lungo utilizzo di lampade ad acetilene per illuminare le grotte li ha spinti a conoscere altri tipi di illuminazione usati in ambienti sotterranei.
Dall’epoca dei romani fino al 1500, l’illuminazione sotterranea ha utilizzato mezzi rudimentali come lucerne, fiaccole e candele.L’evoluzione della lampada viaggia poi di pari passo con lo sviluppo delle tecniche minerarie che portano l’uomo sempre più in profondità nelle viscere della terra. È qui che si presenta uno dei maggiori rischi in miniera: il “grisou”, spesso causa di esplosioni, crolli e numerose vittime tra i minatori.La presenza di questo gas in numerosi giacimenti condizionerà tutta la storia dell’illuminazione, imponendo l’invenzione di una lampada sicura. Durante quasi tre secoli, decine di ingegneri minerari si sono applicati nel tentativo di far progredire il grado di sicurezza delle lampade, dando vita ad una storia evolutiva complessa ed affascinante.

La lampada è anche il simbolo del duro lavoro della miniera, svolto spesso in condizioni tremende che talvolta rasentavano la disperazione; un affresco sociale dai colori cupi, rischiarato, a volte, solo dalla luce delle lampade.

A Narni esporranno una selezione della loro collezione.

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